Il termine tecnico per descrivere la nostra epoca è cronofagia: i dispositivi e le piattaforme “mangiano” il nostro tempo frammentandolo in micro-momenti, lo Slow Living è l’antidoto.
Per molti è solo una tendenza estetica da bacheca social, ma per me è una vera e propria necessità esistenziale della quale la società ha un bisogno sfrenato, ma più di tutti ne ha bisogno la generazione Alpha.
È una sorta di ritorno al “minimalismo frugale”: non significa avere meno, ma meglio, dare più valore a quel poco che scegliamo di tenere con noi.
Mi capita sempre più spesso di entrare in un bar e vedere persone che, invece di scrollare compulsivamente lo smartphone, tengono tra le mani un libro cartaceo. C’è qualcosa di profondamente poetico, la consistenza della carta, l’odore dell’inchiostro. È un’esperienza sensoriale che nessun display, per quanto ad alta risoluzione, potrà mai replicare.
“Essere d’accordo con lo Slow Living oggi è un atto sovversivo. In un mondo che corre verso il nulla, decidere di sedersi in un caffè, senza Wi-Fi, con un libro tra le mani, è il mio modo di riprendermi la libertà.”
Uno degli aspetti che sposo con più convinzione è il movimento “phone-free” durante gli eventi dal vivo. Come professionista, potrebbe sembrare un controsenso, ma è l’esatto opposto. Vedere un concerto o un tramonto attraverso lo schermo di un telefono non è documentare la realtà ma filtrarla fino a svuotarla di significato. Scegliere di non scattare, di non riprendere, di lasciare il telefono in tasca, è l’unico modo per permettere a quel momento di trasformarsi in un’emozione reale. Un’immagine che vive solo nella memoria ha una grana e una luce che nessun sensore potrà mai catturare.
Ma perchè concordo con il movimento Slow Living? Perché sono convinto che questa ricerca di “calore” e di lentezza sia la nostra ancora di salvezza ma soprattutto la salvezza delle nuove generazioni.
Si sta ri-cominciando a preferire un’ora passata a osservare i dettagli di un paesaggio che dieci ore di contenuti visual mediocri. È un’ottima cura per la mente perchè il minimalismo visivo pulisce i pensieri. Meno distrazioni significano più spazio per la creatività pura. Ma soprattutto è autentico: lo slow living ci costringe a essere presenti. A guardare le persone negli occhi, a sentire il sapore del caffè, a godersi il silenzio tra una parola e l’altra.

È ovvio che, come qualsiasi movimento, presupponga la nascita di terminologie nuove che potrebbero spaventare e far credere che anche il movimento Slow sia un ennesimo fenomeno da baraccone, ci sta l’ho pensato anch’io, ma non facciamoci tagliare le gambe solo da alcuni termini e nomi.
Lo Slow Living sposa il deep work il “lavoro profondo”, invece di rispondere a 50 notifiche in un’ora, ci si immerge in un’unica attività per 60 minuti senza interruzioni.
Si contrappone alla FOMO (Fear of Missing Out) con il JOMO (Joy Of Missing Out) celebrando il piacere di perdersi qualcosa. Non dobbiamo essere ovunque, non dobbiamo sapere tutto subito.
Si promuove l’ “unplugged”, perché il libro cartaceo o il vinile sono tornati di moda? Non è solo hipsterismo, è una questione di finitudine.
E non ultimo per importnza il “Phone-Free” come atto di rispetto: l’eterna lotta fra memoria biologica contro la memoria digitale, che automaticamente porta al contatto umano (un esempio è il tour di Jill Scott)

Potrebbe sembra nostalgia del passato ma in realtà è consapevolezza del presente. In un mondo che ci spinge a correre sempre più forte, fermarsi in un angolo silenzioso o decidere di non fotografare un piatto che ci piace non è una perdita ma una conquista. La bellezza sta nei dettagli che riusciamo a cogliere solo quando smettiamo di inseguire l’ultimo trend.






