Credo sia “improbabile” che qualcuno si sia perso il film “The Crow” di Alex Proyas del 1993, ma se così fosse e tu che stai leggendo adesso non sai di cosa io stia scrivendo (prima di cominciare con l’articolo vero e proprio), trovo doveroso raccontarti tutto e nel caso in cui tu l’abbia già visto, sarebbe bello dare una spolverata.
La notte del Diavolo (Halloween)
Il film si apre su una Detroit distopica, soffocata da una pioggia incessante e dalla decadenza urbana. È la “Notte del Diavolo” (il 30 ottobre), la vigilia di Halloween, tradizionalmente dedicata dai criminali locali a incendi dolosi e violenze. Il sergente Albrecht (Ernie Hudson) si trova sulla scena di un crimine brutale: in un appartamento il musicista rock Eric Draven (Brandon Lee) è stato scaraventato fuori dalla finestra dopo aver assistito allo stupro e al pestaggio della sua fidanzata Shelly Webster (Sofia Shinas). Eric muore sul colpo; Shelly spira dopo trenta ore di agonia in ospedale. Il loro “crimine” è aver guidato una protesta contro gli sfratti forzati nel loro palazzo, ostacolando i piani della malavita locale.
Il risveglio: un anno dopo
Esattamente un anno dopo un corvo atterra sulla lapide di Eric Draven, in una sequenza visivamente potente e disturbante, Eric scava la propria via d’uscita dalla terra, riportato in vita da un’antica leggenda: “a volte, quando accade qualcosa di così terribile, triste e doloroso che l’anima non trova pace, un corvo può riportare un’anima dal regno dei morti per regolare i conti”. Eric è confuso, tormentato da flashback frammentari e dolorosi delle sue ultime ore. Guidato dal volatile torna nel suo vecchio appartamento, ora un guscio vuoto di ricordi. Qui, in una delle scene più iconiche del cinema, Eric esegue il suo “rito di passaggio”: si trucca il volto di bianco e nero, ricalcando la maschera di un manichino cerimoniale, e indossa abiti di pelle nera, sigillando le sue ferite con del nastro isolante. Nasce il Corvo.

La vendetta e la scia di sangue
Eric inizia la sua caccia sistematica ai membri della banda guidata da T-Bird, esecutori materiali dell’omicidio e la sua vendetta non è solo fisica ma poetica e simbolica: Tin-Tin (Laurence Mason) viene ucciso con i suoi stessi coltelli disposti a forma di corvo, successivamente Eric trova Funboy (Michael Massee) in un motel mentre è con Darla (Anna Thomson), la madre tossicodipendente della piccola Sarah (Rochelle Davis), l’unica amica di Eric e Shelly. Eric non lo uccide subito: espelle la morfina dal corpo di Darla con un tocco sovrannaturale, intimandole di tornare a fare la madre, per poi giustiziare Funboy conficcandogli delle siringhe piene di eroina nel petto e disegnando un corvo sulla sua pelle con gli aghi. Dopo un inseguimento automobilistico mozzafiato, Eric cattura il leader della banda T-Bird (David Patrick Kelly) e fa esplodere la sua auto, lasciando un gigantesco marchio di fuoco a forma di corvo sul selciato. Skank (Angel David), l’ultimo del gruppo, terrorizzato, si rifugia dal grande boss.

Top Dollar: l’antagonista
Mentre Eric compie la sua missione, entra in gioco Top Dollar (Michael Wincott), un signore della droga nichilista e psicopatico che gestisce la città insieme alla sorella/amante Myca (Bai Ling). Top Dollar comprende che Eric non è un comune vigilante, ma un essere sovrannaturale la cui forza risiede nel legame con il corvo.
Il climax: la Cattedrale
La resa dei conti avviene durante un meeting tra i boss della malavita. Eric irrompe nella sala (la celebre scena della sparatoria sul tavolo) eliminando decine di sicari. Tuttavia, Myca scopre il punto debole: se il corvo viene ferito, Eric perde la sua invulnerabilità, così il volatile viene colpito ed Eric, ora mortale e sanguinante, viene trascinato sul tetto di una cattedrale gotica. Qui si svolge il duello finale con Top Dollar. Quando tutto sembra perduto, Eric utilizza il suo potere unico: afferra con le mani la testa di Top Dollar trasmettendogli istantaneamente tutte le trenta ore di dolore e agonia vissute da Shelly in ospedale. Sopraffatto dal trauma sensoriale, Top Dollar precipita dal tetto morendo infilzato da un doccione a forma di corvo.

L’epilogo: la pace
Con la missione compiuta, Eric si reca sulla tomba di Shelly, il suo spirito appare e lo bacia, permettendogli finalmente di riposare. Il film si chiude con Sarah, la bambina amica dei due fidanzati, che riceve l’anello di fidanzamento di Shelly dal corvo, mentre la voce fuori campo recita: “Se le persone che amiamo ci vengono portate via, perché continuino a vivere non dobbiamo mai smettere di amarle. Le case bruciano, le persone muoiono, ma il vero amore è per sempre.”

Nel mondo della produzione filmica, esiste un confine sottile tra la perfezione di un take e l’imprevisto fatale. Esistono pellicole che superano la dimensione del “prodotto cinematografico” per entrare nel mito, spesso per ragioni tragiche. The Crow (il corvo – 1993) di Alex Proyas è l’emblema di questo cortocircuito: un’opera dove ci si scontra con la cruda realtà di una negligenza tecnica trasformata in dramma.
Il 31 Marzo 1993 era il penultimo giorno di riprese a Wilmington, North Carolina. La scena prevedeva che Eric Draven venisse colpito dal malvivente Funboy. Al grido di “Azione!”, Michael Massee preme il grilletto. Brandon Lee si accascia. Per diversi istanti, la troupe rimane immobile: Brandon era un professionista serio, e quel realismo sembrava l’ennesima prova della sua dedizione.
Ma non era uno scherzo.
L’indagine tecnica rivelò una catena di errori umani imperdonabili. Per esigenze di budget e tempo, erano stati ricavati proiettili a salve da munizioni vere. A causa di una carica debole in un take precedente, un’ogiva era rimasta incastrata nella canna della pistola. Quando Massee sparò il colpo a salve successivo, la carica di lancio espulse l’ogiva metallica con la stessa forza di un proiettile vero. La realtà superò la sceneggiatura: Eric Draven moriva per un colpo allo stomaco, e con lui, Brandon Lee.

Michael Massee ha convissuto per ventitré anni con un’etichetta indelebile. Nonostante una carriera solida che lo ha visto collaborare con registi del calibro di David Lynch in Strade Perdute o David Fincher in Seven, l’ombra di quel colpo di pistola non lo ha mai abbandonato. Colpisce, in un macabro gioco del destino, la sua scomparsa nel 2016 a causa di un tumore allo stomaco: lo stesso punto in cui, vent’anni prima, il suo personaggio aveva fatalmente colpito Eric Draven.
Le immagini di quel tragico istante rimangono un mistero: sequestrate o distrutte, forse a protezione di un ricordo che non deve essere profanato.
Per comprendere appieno la portata della perdita, occorre analizzare il profilo di un artista che stava cercando di tracciare una rotta autonoma, pur portando un cognome pesantissimo.
Nato il 1° febbraio 1965 a Oakland, Brandon era il primogenito di Bruce Lee, l’uomo che aveva rivoluzionato le arti marziali e il cinema d’azione mondiale. Cresciuto tra Hong Kong e gli Stati Uniti, Brandon dovette affrontare la morte del padre a soli otto anni e questo trauma segnò profondamente la sua crescita, spingendolo a studiare recitazione all’Emerson College e presso il Lee Strasberg Theatre and Film Institute, cercando di distanziarsi dall’immagine del “figlio d’arte” che sa solo combattere.
La sua carriera è stata una scalata verso la legittimazione artistica: Kung Fu: The Movie (1986): Il debutto televisivo accanto a David Carradine. Legacy of Rage (1986): Girato a Hong Kong, fu l’unico film in cui mostrò uno stile di combattimento vicino a quello paterno. Resa dei conti a Little Tokyo (1991): il salto a Hollywood accanto a Dolph Lundgren, dove dimostrò un carisma magnetico e un’ottima vena ironica.
Drago d’Acciaio (1992): il suo primo ruolo da protagonista assoluto in un action americano, che convinse la critica delle sue potenzialità come leading man.
Il Corvo (1993) sarebbe dovuto essere il suo manifesto, oltretutto Lee non vedeva il film come un action movie ma come una storia d’amore gotica e profonda. La sua interpretazione di Eric Draven, sospesa tra dolore e vendetta, ha creato un’estetica “dark” che ha influenzato la cultura pop per i decenni a venire (ne possiamo cogliere i frutti ancora oggi).

Il set de Il Corvo è però ricordato nell’industria cinematografica come uno dei più complessi e funestati della storia, ben oltre il tragico incidente finale. La produzione fu caratterizzata da una serie di eventi talmente avversi da alimentare la leggenda della “maledizione” del film.
All’inizio delle riprese a Wilmington, una tempesta senza precedenti colpì la zona. I venti furono così forti da distruggere diversi set esterni costruiti con fatica, causando ritardi pesantissimi sulla tabella di marcia e forzando la produzione a lavorare in condizioni di stress costante per recuperare il budget perduto.
Prima della morte di Brandon, il set fu teatro di numerosi incidenti gravi che minarono il morale della troupe come l’operaio folgorato: durante i primi giorni, un carpentiere rimase gravemente ferito quando la sua gru urtò dei cavi dell’alta tensione, causandogli ustioni di secondo e terzo grado su gran parte del corpo. L’incendio del camion: un camion della produzione prese fuoco misteriosamente nel bel mezzo della notte, distruggendo attrezzature costosissime. Il cacciavite nella mano: un altro membro della troupe si ferì gravemente conficcandosi accidentalmente un cacciavite in una mano durante l’allestimento di una scena.
La dedizione estrema di Brandon Lee, i primi deepfake e la profezia di James O’Barr
Brandon prese il ruolo di Eric Draven con un approccio quasi metodico. Per rendere il senso di freddo e morte del personaggio chiese di essere coperto di ghiaccio vero prima delle riprese per apparire visibilmente provato e pallido. Perse circa 10 kg per dare a Draven un aspetto emaciato e spettrale, si allenava ore dopo le riprese (che duravano anche 12-14 ore, spesso di notte sotto la pioggia artificiale) per mantenere l’agilità necessaria, arrivando spesso al limite del collasso fisico.
Dopo la morte di Brandon mancavano ancora diverse scene fondamentali, la produzione decise di finire il film usando tecniche digitali allora pionieristiche (curate dalla Dream Quest Images acquistata dalla Disney nel 1996): il volto di Brandon Lee fu mappato digitalmente sulla controfigura (Chad Stahelski, oggi famoso regista di John Wick) in scene come quella in cui Eric entra nel suo appartamento distrutto.
Si trattò di uno dei primi casi di Digital Compositing ad alto budget, un passaggio tecnico che ha aperto la strada a quello che oggi vediamo correntemente nei moderni blockbuster.
James O’Barr, l’autore del fumetto originale, scrisse Il Corvo per elaborare il lutto per la morte della sua fidanzata, uccisa da un autista ubriaco. Quando arrivò sul set e vide Brandon con il trucco bianco e nero, dichiarò di essersi sentito profondamente a disagio, come se avesse materializzato un dolore che doveva restare sulla carta. O’Barr divenne molto amico di Brandon e la sua morte fu per lui un secondo e devastante trauma legato alla stessa opera.

La figura di Brandon Lee è un’icona sospesa tra la luce di un talento purissimo e l’oscurità di un destino che ha deciso di portarselo via troppo presto, proprio nel momento della sua massima fioritura.
Ricordare Brandon oggi non significa solo celebrare l’attore o il figlio di una leggenda ma significa onorare un uomo che stava imparando a volare con le proprie ali, portando con sé una grazia e una profondità che bucavano lo schermo. Il suo Eric Draven non era solo un personaggio, ma un manifesto di amore eterno, una promessa sussurrata sotto la pioggia che è diventata il suo testamento spirituale (non può piovere per sempre).
Anche se non l’abbiamo mai conosciuta di persona, anche se le nostre vite sono distanti anni luce dai riflettori di Hollywood, ci siamo sentiti tutti (almeno noi millenials) profondamente vicini a Eliza, lei e Brandon si sarebbero dovuti sposareesattamente una settimana dopo la fine della produzione del film e quindi il 17 aprile 1993. Abbiamo guardato al suo dolore con un rispetto sacro, quasi come se fosse il nostro, stringendola in un abbraccio invisibile fatto di affetto e memoria, comprendendo che dietro ogni grande artista c’è un’anima che lo sostiene, e che il vuoto lasciato da Brandon è stato, prima di tutto, il vuoto nel suo domani.




